Dalla parte degli extracomunitari. Malgrado tutto.

L’impegno alla convivenza democratica in questo nostro Paese dalle tante libertà dichiarate, resta spesso solo nelle parole dei ministri che passano, dei dirigenti addetti a diffondere, spesso senza convinzione, quelle dichiarazioni di intento.

Alla periferia del sistema xxx, in quella che è la trincea quotidiana di fronte ai problemi reali, urgenti, che reclamano risposte non differibili, anche nella scuola si vive spesso la solitudine di chi opera, a cui le parole non bastano. Questo lo sanno tutti coloro, famiglie, operatori scolastici che in questi undici anni di mia dirigenza di tutte le scuole di Ladispoli hanno lavorato con me al progetto.

Progetto-utopia di un’educazione interetnica ed interculturale in questa comunità, in cui oltre il 20% sono persone extracomunitarie. Governi centrali e amministrazioni comunali si sono succeduti numerosi in questi anni. Con tutti c’è stato da lottare per avere il minimo di risorse, per promuovere e sostenere i processi di integrazione e di solidarizzazione fra le oltre 100 etnie e nazionalità diverse che colorano la popolazione di questa città. Ogni anno, ad ogni guerra, ad ogni persecuzione, ad ogni carestia esplosa negli angoli più vicini o più remoti della Terra, rivoli, torrenti, fiumi di diseredati, forti solo dell’ultima speranza di conquistare un ritaglio di diritto alla sopravvivenza, si sono riversati in questa città alle porte di Roma e l’hanno riempita del loro folklore, della loro lingua, e talvolta anche della loro disperazione e speranza. Ai più piccoli, i più indifesi, questa scuola ha dato il primo sorriso, la prima accoglienza nella cosiddetta società civile.

E questo nelle scuole di Ladispoli è accaduto anche alla fine degli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta, ai limiti della legge che ancora pretendeva che questi diseredati in fuga dai loro Paesi di provenienza fossero lasciati alla solitudine se privi del permesso di soggiorno richiesto. Noi li abbiamo accolti con cavilli legali, pensando ai diritti umani universalmente dichiarati. Questa è terra di immigrati, italiani e stranieri. E dunque terra di dolore e di amarezza, ma anche di speranza e di sogno di chi vi arriva. E non si possono uccidere i sogni di chi scappa. Ecco perché li abbiamo accolti, lavorando con la Caritas diocesana, anche quando la legge sembrava volesse impedirlo.
..è possibile non accogliere nuovi immigrati solo perchè un pezzo di carta ti dice non puoi farlo?

Dal Cile ai tempi della fine di Allende, dalla Russia comunista, dalle zone terremotate di Pozzuoli, dalle regioni più povere della Sicilia e anche il porno, della Calabria, della Campania, prima e poi, nel tempo, dal Corno d’Africa, dal Medio Oriente, dal Golfo Persico, dal Centro Africa, dalla ex Jugoslavia in fiamme e poi dall’ Est europeo, dal Sud America, dal Nord Africa, dalla Cina, dall’India, da Sri-Lanka sono venuti le migliaia di persone di oltre 60 nazionalità diverse che in questi anni abbiamo accolto nelle scuole statali di Ladispoli.

A compensare il ministero e i vari funzionari del Provveditore di Roma che negavano risorse e personale per sostenere il processo di integrazione e l’interazione scolastica, sociale e culturale di tante diversità è stata la scuola, quella con la lettera maiuscola, degli insegnanti, dei non docenti, delle famiglie di Ladispoli, con la volontà di chi crede in questa convivenza.

Anche ai tempi in cui non c’era alcuna seppur minima incentivazione economica.

Quante richieste di collaborazione al Comune, quanti progetti al provveditorato agli Studi di Roma! Solo in questi ultimissimi anni qualcosa sembra essere cambiata, nonostante e contro alcuni piccoli, grigi burocrati continuassero a ripeterci “ma cacciateli via questi immigrati da Ladispoli, l’organico dei docenti è quello e la legge non permette adeguamenti alle situazioni di fatto!”.

E intanto altri immigrati si accoglievamo superando il numero massimo di alunni. Inutili le proteste e le richieste indirizzate ai dirigenti degli uffici responsabili degli organici della scuola elementare di Roma, che inviano ancora circolari, che invitano a non iscrivere alunni quando nelle classi si è raggiunto il massimo. Ma è possibile non accogliere nuovi immigrati solo perché un pezzo di carta ti dice che non puoi farlo? Non è possibile, soprattutto se tutte le scuole della città sono sovraffollate.

E così ancora una volta siamo costretti ad operare “contro” la legge per garantire i diritti uamni, crescendo così questo laboratorio di convivenza multietnica e multiculturale che è Ladispoli. Un’indagine recentissima fissa a circa 9.000.000 gli studenti cxtracomunitari di Roma e provincia. Ladispoli, da sola, con i suoi 32 mila abitanti, ne accoglie circa 500, come dire oltre il 9% di tutti. Di questo i giornali e televisione non parlano, solo perché non ci sono, come altrove, manifestazioni di intolleranza e di razzismo. E questo è soprattutto merito della scuola primaria.
così ancora una volta siamo costretti ad operare “contro” la legge per garantire i diritti umani. Perchè agli extracomunitari e alle loro famiglie non sia negato il diritto di ricordare.

Durante l’anno corsi di aggiornamento e di formazione di educazione intcrrcligiosa, danze etniche su usi e costumi di altri Paesi. Qui non si impara solo la lingua e la cultura italiana, il Piano dell’Offerta Formativa del 240° Circolo didattico prevede, da anni ormai, corsi di lingua e cultura araba, polacca, spagnola, rumena, aperti a italiani e stranieri. Perché anche i nostri possano conoscere ed imparare i contributi di diversità delle altre culture.

Perché agli extracomunitari e alle loro famiglie non sia negato il diritto a ricordare. Nessuno può recidere le radici storichc e culturali dei nuovi immigrati. Pena la barbarie. Così i 2450 alunni che fino all’anno 1999/2000 sono stati accolti nelle scuole dell’unico grande Circolo Didattico di Ladispoli, sono cresciuti insieme in un clima di acccttazione e di solidarietà, che si è esteso alle famiglie e a tutta la comunità.

L’esperienza di questi anni ci ha insegnato molte cose. L’obiettivo della convivenza interetnica e interculturale è cosa pericolosa, utopica se fondato sulla presunzione di una cultura dominante a cui quelle “straniere” dovrebbero sottomettersi.

Più realistico pensare ad una pacifica solidale convivenza di culture diverse che, interagendo democraticamente fra loro, possono far nascere zone, più o meno ampie di interculturalità, senza perciò essere costrette a cancellare a quanto di esse ritengono irrinunciabile. Il cammino è lungo e noi abbiamo cominciato a percorrerlo prima degli altri, con umiltà, ma anche con la caparbia determinazione di chi è spinto solo dall’amore per gli altri.

Nonostante tutto.

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